Il campo di lavoro di Masanjia, il più brutale carcere al mondo

 Masanjia
L’ entrata del campo di lavoro di Msanjia

Abusi Stupri Torture- Campo di lavoro di Masanjia

Esiste un luogo in Cina dove i diritti umani non sono mai esistiti, dove la moralità, la giustizia, il rispetto verso il proprio simile, l’ empatia nei confronti del debole, vengono quotidianamente spazzati via per lasciar posto alla follia più inquietante.

Il campo di lavoro di Masanjia (conosciuto anche come “Scuola di rieducazione ideologica”), si trova nel distretto di Yuhong, vicino alla città di Shenyang, nella provincia di Liaoning.

Istituto il 9 Marzo 1956, la struttura era organizzata come un comune “campo di lavoro forzato”, in cui i detenuti (spesso condotti senza aver beneficiato di un processo) erano costretti a lavorare in modo da scontare la propria pena.

Nello specifico, qui venivano fabbricati componenti elettronici per la ditta taiwanese Goodwork, con i carcerati impiegati in turni lavorativi di 15 ore ogni giorno e sfamati con miseri pasti a base di zuppa acquosa e foglie di cavolo.

Inizialmente, la popolazione carceraria era composta principalmente da criminali comuni, tossicodipendenti, prostitute e petizionisti (cittadini che si appellano alle autorità maggiori, per denunciare torti subiti da funzionari locali).

La svolta avviene nel Luglio 1999, quando, Jian Zemin, allora capo del Partito Comunista Cinese, organizza una campagna di persecuzione di massa contro i praticanti della Falun Gong (disciplina spirituale nota anche come Falun Dafa): l’ obiettivo era quello di screditare e debellare tale pratica, che contava ormai milioni di “adepti”, vista come un reale pericolo per la popolarità dello stesso Zemin ed una minaccia per l’ indipendenza del regime e per i suoi insegnamenti spirituali.

Masanjia

I perseguitati (definiti “prigionieri di coscienza”) in prevalenza donne, vennero internati proprio nel campo di lavoro di Masanjia, che, non potendo contenere la nuova mole di detenuti, venne ampliato con l’ istituzione di una seconda divisione femminile: i mezzi di comunicazione statali, parlarono di un “programma di rieducazione”, che i praticanti del Falun Gong tenuti in custodia, avrebbero dovuto seguire per estirpare dalle loro menti i precetti di quell’ intollerabile disciplina.

Da questo momento, le storie di violenze e torture estreme (sempre smentite dalle autorità cinesi) che hanno iniziato a circolare attorno al carcere, si sono susseguite fino a calamitare l’ attenzione dei media internazionali.

Le cronache, supportate dalle decine di testimonianze di coloro che, fortunatamente, sono usciti indenni da quell’ inferno, raccontano di donne immobilizzate lungo travi di legno, infilzate sotto le unghie con canne di bambù, oppure legate dai polsi tramite funi agganciate al soffitto, ripetutamente picchiate e lasciate in balia di cani affamati.

Il metodo più comune di tortura era il manganello elettronico, capace di sprigionare una corrente pari a 300mila volt, utilizzato per colpire con forza le parti più sensibili del corpo, come la bocca, le zone intime, il collo o le suole dei piedi.

In alcuni casi, invece, le vittime venivano ammanettate all’ interno di una piccola gabbia che impediva loro di camminare, sedersi, usare il bagno o mangiare.

Masanjia

Secondo Status of Chinese People, sito web che descrive in maniera dettagliata gli abusi dei diritti umani in Cina, quelle che seguono, erano solo alcune delle sevizie che i prigionieri di coscienza, subivano quotidianamente a Masanjia:

  • detenuti legati o incatenati per ore, senza la possibilità di muoversi, in posizioni così dolorose da lacerare le articolazioni;
  • abbandonati all’ aperto, nudi, in condizioni atmosferiche estreme;
  • alimentati forzatamente con acqua e sale;
  • costretti ad immergere il viso in secchi colmi di feci e urina;
  • lunghi periodi di isolamento e privazione del sonno;
  • ustioni nelle parti intime praticate con sigarette o oggetti incandescenti;
  • serpenti lasciati liberi di strisciare lungo il corpo delle vittime;
  • iniezioni di droghe tossiche per danneggiare il sistema nervoso centrale e causare dolori insopportabili, collassi e disabilità;
  • lavaggio del cervello intensivo in modo che dimenticassero la loro fede nella Falun Gong o vi si opponessero.

Non potevano mancare le violenze sessuali, messe in atto sistematicamente per umiliare e traumatizzare le carcerate.

In uno dei casi più noti, alcune guardie costrinsero 18 donne a trasferirsi in uno dei bracci penitenziari dedicati ai detenuti uomini, con cui condivisero le celle per interminabili giorni: vennero picchiate, stuprate, alcune persero la vita o la salute mentale, altre rimasero invalide.

Nel 2002, una bambina di 9 anni, rimasta orfana di una praticante della Falun Gong (uccisa a causa delle continue percosse), venne stuprata da tre uomini.

Nel 2003, una donna, seviziata con il manganello elettrico, subì la lacerazione e asportazione di entrambi i seni.

Infine, secondo un’ indagine condotta dagli investigatori canadesi David Matas e David Kilgour, nel campo di lavoro di Masanjia, centinaia di detenute sono state uccise per prelevare i loro organi e venderli, a caro prezzo, nel mercato nero dei trapianti.

Ad oggi, questa sorta di Inferno sulla terra è stato definitivamente chiuso, anche a seguito dell’ infamante scandalo di cui si rese protagonista nel momento in cui i metodi brutali utilizzati ai danni dei carcerati, vennero portati alla luce.

Secondo alcuni media cinesi, però, in realtà, il campo di lavoro di Masanjia non ha mai cessato la sua attività di “rieducazione forzata” ma, semplicemente, ha cambiato nome e nomenclatura; adesso viene identificato come “centro di disintossicazione”, dove (almeno in apparenza) vengono ricoverate persone affette da gravi dipendenze.

Paolo Mattia

Pubblicato da theevolution

Si consiglia la lettura al solo pubblico adulto. I temi trattati potrebbero offendere la sensibilità di minori, moralisti o deboli di cuore.